Inquinamento: natura, normativa e metodologie
di Mario De Luca
Energia e materia
Il I principio della termodinamica, ∆U = UF -UI = Q-W, noto come legge
di conservazione dell’energia, determina l’equivalenza tra calore e
lavoro sul presupposto che l’E non si genera, non si distrugge e che in
un sistema isolato è costante: “La variazione di Energia interna è
uguale alla quantità di calore assorbito o ceduto meno la quantità di
lavoro fatto sul o dal sistema” .
Il II principio della termodinamica chiarisce il perché una
trasformazione avviene spontaneamente in un modo piuttosto che in un
altro, basti pensare al calore che fluisce naturalmente da una sorgente
più calda ad una più fredda, il contrario è impossibile. L'entropia ∆S
≥ 0 è un concetto cardine del II principio, indica lo stato di
disordine di un sistema, essa può essere generata e non può essere
distrutta. Nell’Universo l’entropia è in continuo aumento.
L’applicazione dei due principi si riscontra nei processi economici
dove le materie prime sono convertite in modo irreversibile in parte in
beni finali e in parte in inquinamento.
Da uno stock iniziale di E, dato un lavoro svolto dall’esterno o
all’interno del sistema, avvengono tutta una serie di trasformazioni
che mantenendo costante il livello di Etot, riducono la capacità di
svolgere un lavoro: F = L x S, in quanto una parte di questa non è più
utilizzabile Eut, come si desume dal secondo principio entropico,
poiché l’energia può essere trasformata in una sola direzione, da uno
stato disponibile ad uno non disponibile. L’Etot rimane costante
essendo la somma di quella utilizzata e quella libera: Etot = Elib +
Eut, = K , l’energia svolgendo un lavoro passa da uno stato libero a
uno stadio degradato non più utilizzabile; in un sistema a T uniforme
(morte termica) non sono più possibili trasformazioni Etot = Eut,,
Elib=0.
L’Universo è la manifestazione dell’esplosione del punto singolare che
creò spazio, materia, tempo; nell’attimo iniziale tutta l’energia era
disponibile Etot=Elib, la T° incommensurabile, in seguito, con
l’espansione e l’abbassamento di T°, il sistema cominciò a rivelare la
sua capacità a svolgere Lavoro, all’inizio si formarono quark e fotoni
poi, dopo infinite interazioni, il sistema si è evoluto e auto
organizzato nella materia oggi conosciuta nella Tavola Periodica,
definendo le condizioni per l’evoluzione biologica.
Nell’universo l’energia libera a disposizione si è trasformata in
energia degradata, attraverso il lavoro svolto all’interno, procurando
l’aumento del disordine entropico e l’abbassamento della T iniziale.
I sistemi biotici, aperti e caratterizzati da neg entropia, utilizzano
i flussi di energia solare per le funzioni organiche necessarie alla
vita; in questi processi, interattivi con i sistemi abiotici, tutte le
trasformazioni rimettono in ricircolo i flussi di materia, la più
piccola particella, ogni atomo o molecola vengono riutilizzati dal
sistema.
Il bilancio energetico della Terra è dato dall’apporto prevalente dei
flussi solari e da quelli provenienti dal decadimento degli elementi
presenti all’interno del pianeta; queste due forme di energia,endogena
ed esogena, sono destinate in tempi geologici molto lunghi a degradarsi
ed ad esaurirsi contribuendo all’aumento dell’entropia generale. Il
Sole emette energia a bassa entropia, la Terra restituisce all’esterno
energia ad alta entropia mentre quella catturata dalla fotosintesi
viene trasformata in parte in energia vitale e in parte in energia ad
alta entropia sotto forma di idrocarburi. I depositi di combustibili
fossili non sono altro che i prodotti di scarto della trasformazione
fotosintetica: essi sono stati, nel corso di milioni di anni,
seppelliti sotto la crosta terrestre; ecco perché utilizzare i
combustibili fossili significa liberare nell’aria tutta la spazzatura
che la natura ha accumulato in tempi geologici come conseguenza della
trasformazione fotosintetica.
Dalla Rivoluzione Industriale, il sistema economico, basato su un
consumismo spinto, incrementa la naturale velocità di crescita
entropica del sistema, accelerando la dissipazione dell’energia libera
in energia non utilizzabile, provocando l’inibizione della capacità
della biosfera di autodepurazione, ossia le reazioni atte a mantenere
le condizioni abiotiche favorevoli, dette resilenza.
Interazione tra ecosistema e antroposfera
Il concetto di Ecosistema è stato coniato, dall’inglese Tansley nel
1934, in seguito perfezionato da E.P.Odum; esso sussume differenti
altri pensieri provenienti dalla biologia, ecologia,
cibernetica,termodinamica e infine la teoria generale dei sistemi.
Due sono i concetti particolarmente associati a questo termine: 1)
ecologia, coniato dal tedesco Haenkel nel 1862, per indicare la scienza
che studia le relazioni tra un organismo e l’ambiente in cui vive; 2)
sistema, visto come un insieme, complesso ma determinato, di molti
elementi funzionali, interagenti tra di loro, per formare un tutt'uno
organico e caratteristico.
Il padre dell’ecologia, E.P.Odum, definisce nel 1983 il concetto di
ecosistema, dalla constatazione che esseri viventi e il loro ambiente
abiotico sono legati tra loro in modo inseparabile e interagiscono
reciprocamente: “ il sistema ecologico è una unità che include tutti
gli organismi che vivono insieme in una data area, interagenti con
l’ambiente fisico, in modo tale che un flusso di energia porta ad una
ben definita struttura biotica e ad una ciclizzazione dei materiali tra
viventi e non viventi all’interno del sistema (biosistema)”
Un Ecosistema utilizza l’energia per trasformare la materia e
rimetterla in circolo senza generare prodotti esclusi dal riciclo,
ovvero scarti.
L’Antroposfera, il sistema umano, utilizzando diverse forme di energia
trasforma la materia e ne ricava utensili, cibo.
Dalla rivoluzione industriale la società umana genera dei prodotti di
scarto in tempi insostenibili per il sistema di riciclo naturale, la
materia non viene rimessa in circolo, anzi ne viene aggiunta di nuova,
messa in deposito da tempi geologici, gli idrocarburi.
La normativa e i limiti di emissione
L’inquinamento è una conseguenza del superamento della capacità
dell’ambiente di rimettere in ricircolo la materia, dovuta
all’insostenibilità del sistema produttivo, dimostrata dal I e II
principio della termodinamica; ogni trasformazione della materia
produce beni e scarti in un processo irreversibile, rimuovere
tecnologicamente gli scarti costerebbe ancor più energia ed
inquinamento.
Il legislatore si è trovato in “dovere” di scegliere un compromesso tra
esigenze di sviluppo industriale e salute pubblica. Negli ultimi anni
il concetto e la sensazione di salute nell’opinione pubblica è andata
sempre più a collimare con la salubrità dell’ambiente e la salvaguardia
degli ecosistemi, infatti, tra i prerequisiti della salute determinati
dall’OMS, è citata la stabilità dell’ecosistema.
La normativa ambientale nel nostro Paese era caratterizzata da una
frammentazione tale che rendeva difficoltoso operare nel settore, con
il DLgs 3 aprile 2006, n.152 si è fatto il tentativo di unificare la
materia in un “Codice Ambientale”.
Il legislatore nel determinare i limiti delle sostanze emesse in aria,
acqua, suoli, in un quadro disgiunto, in base alla Valutazione di
Rischio ha fissato i limiti delle singole sostanze:
Il Rischio (R), come definizione derivata originariamente dalle
procedure di sicurezza industriale, è inteso come la concomitanza della
probabilità di accadimento di un evento dannoso (P) e dell’entità del
danno provocato dall’evento stesso (D): R=PxD
Il danno conseguente all’evento incidentale (D), a sua volta, può
essere dato dal prodotto tra un fattore di pericolosità (Fp),
dipendente dall’entità del possibile danno, e un fattore di contatto
(Fe), funzione della durata di esposizione: D = Fp × Fe
Nel caso di siti inquinati, la probabilità (P) di accadimento
dell’evento è conclamata (P=1), il fattore di pericolosità è dato dalla
tossicità dell’inquinante (T [mg/kg d]-1 ) ed il fattore di contatto è
espresso in funzione della portata effettiva di esposizione (E [mg/kg
d]), per cui, in generale, il rischio (R) derivante da un sito
contaminato è dato dalla seguente espressione:
R = E × T
Dove E ([mg/kg d]) rappresenta l’assunzione cronica giornaliera del
contaminante e T ([mg/kg d]-1) la tossicità dello stesso. Il risultato
R, viene poi confrontato con i criteri di accettabilità individuali e
cumulativi del rischio sanitario, per decidere se esistono o meno
condizioni in grado di causare effetti sanitari nocivi.
Il calcolo del rischio si differenzia a seconda che l’inquinante sia
cancerogeno oppure non-cancerogeno.
Per le sostanze cancerogene:
R = E x SF
Dove R rappresenta la probabilità di casi incrementali di tumore nel
corso della vita, causati dall’esposizione alla sostanza, rispetto alle
condizioni di vita usuali, SF (Slope Factor [mg/kg d]-1) indica la
probabilità di casi incrementali di tumore nella vita per unità di
dose.
Per le sostanze non cancerogene:
HQ = E / RfD
Dove HQ (Hazard Quotient [adim]) è un ‘Indice di Pericolo’ che esprime
di quanto l’esposizione alla sostanza supera la dose tollerabile o di
riferimento, RfD (Reference Dose [mg/kg d]) è la stima dell’esposizione
media giornaliera che non produce effetti avversi apprezzabili
sull’organismo umano durante il corso della vita.
La procedura di analisi di rischio può essere condotta in modalità
diretta (forward mode) o inversa (backward mode). La modalità diretta
permette di stimare il rischio sanitario per il recettore esposto, sia
posto in prossimità del sito (on-site) che ad una certa distanza (off
site), conoscendo la concentrazione in corrispondenza della sorgente di
contaminazione. Avendo invece fissato il livello di rischio per la
salute ritenuto accettabile per il recettore esposto, la modalità
inversa permette il calcolo della massima concentrazione in sorgente
compatibile con la condizione di accettabilità del rischio.
Le Tabelle non tengono conto sia dell’effetto interagente di tutte le
concentrazioni di inquinanti presenti nelle varie componenti
ambientali, sia del ciclo degli elementi; le concentrazioni degli
inquinanti trasportati da tutte le componenti ambientali, sono misurate
nei corpi recettori come indice di qualità ambientale, ma i valori di
emissione, da misurare alla fonte, sono stabiliti senza questo
parametro, che può essere indicato come un fattore di fondo di
inquinamento antropico. Considerare questo “fattore di fondo”
significherebbe rendere elastica tutta la procedura su come vengono
determinati i valori limite di emissione, i quali sarebbero
diversificati e legati alla realtà della loro unità fisiografica.
Il D.Lgs 152/2006 nell’art 101, comma 2 prevede: “le Regioni,
nell’esercizio della loro autonomia, tenendo conto dei carichi massimi
ammissibili, delle migliori tecniche disponibili, definiscono i valori
limite di emissione, diversi da quelli di cui all’Allegato 5, sia in
concentrazione massima ammissibile sia in quantità massima per unità di
tempo in ordine ad ogni sostanza inquinante e per gruppi o famiglie di
sostanze affini”.
Risulta chiaro l’approccio “approssimativamente” scientifico del
legislatore, che ha permesso un “certo margine” di inquinamento per lo
sviluppo e competitività del sistema economico. E’ lo scotto da pagare
per il benessere della società tecnologica. D’altra parte il cittadino
non viene informato sullo stato dell’ambiente, i dati in possesso delle
Amministrazioni Locali non vengono diffusi, questo determina uno stato
di conoscenza approssimativa che incrementa il senso di sfiducia delle
popolazioni verso queste istituzioni. Dati sensibili come la
funzionalità dei Depuratori, la qualità delle acque, dell’aria e del
suolo, i rischi sanitari e i progetti intrapresi dovrebbero essere
divulgati e diffusi.
Vediamo la strada che il legislatore ha percorso:
Il D.Lgs 152/2006 impone degli standard ambientali diretti ad
individuare la misura di inquinamento “consentita”, in questo modo si
viene a costituire un cardine essenziale tramite il quale si tenta di
garantire la tutela della risorsa idrica, dei corpi recettori e
dell’ambiente nel suo complesso. Il rispetto dei valori limite fissati
dalla legge insieme all’obbligo di preventiva autorizzazione
costituisce la pietra di volta della regolamentazione di qualsiasi
scarico. Il Decreto definisce gli obbiettivi di qualità delle diverse
risorse idriche e quindi le concentrazioni consentite di inquinanti
negli scarichi, in base ad una classificazione condotta unitariamente,
prima in base ad un modello di qualità ambientale di carattere
generale, poi in base a diversi modelli di qualità per specifica
destinazione, legando in questo modo i due aspetti della tutela delle
acque e delle misure contro l’inquinamento. La disciplina generale
degli scarichi viene strutturata tramite una combinazione tra limiti di
emissioni e obbiettivi di qualità costituendo un sistema in cui anche
le Regioni e Provincie Autonome possono fissare limiti alle emissioni
nell’ambito dei Piani di Tutela sulla base degli obbiettivi di qualità.
L’art 101, primo comma, prescrive come regola fondamentale del sistema:
“Tutti gli scarichi sono disciplinati in funzione del rispetto degli
obbiettivi di qualità dei corpi idrici e devono comunque rispettare i
valori limite di emissione previsti dall’allegato 5 della terza parte
del presente decreto”.
Si afferma quindi che ogni limite di emissione deve essere rivisto alla
luce del carico inquinante che può essere immesso in un corpo recettore
senza alterarne “in modo eccessivo” le caratteristiche naturali,
inoltre tali limiti devono uniformarsi ai valori limite di emissione
indicati nel’Allegato 5 fino a quando non venga conosciuto lo stato di
qualità ed il carico inquinante del corpo idrico.
Il valore limite di emissione è definito dall’art. 74 comma 1 :
“limite di accettabilità di una sostanza inquinante contenuta in uno
scarico, misurata in concentrazione, oppure in massa per unità di
prodotto o di materia prima lavorata o in massa per unità di tempo”.
Questo programma è difficile da realizzare in quanto si basa su
parametri naturali estremamente variabili, sia la capacità di
autodepurazione che il carico massimo ammissibile variano nello spazio
e nel tempo, a volte in modo del tutto difforme; ne consegue che anche
i limiti di emissione dovrebbero cambiare nello spazio e nel tempo,
cosa che renderebbe qualunque amministrazione meritevole di
apprezzamento per efficienza.
Gli elementi biotici, idrogeologici, idrologici,geologici, climatici
sono talmente variabili da rendere la determinazione di tali valori
solo su basi statistiche, inoltre diversi limiti di emissione
dovrebbero interessare lo stesso corpo recettore nelle sue diversità.
L’approccio, forse, non è quello giusto, si pensa a curare gli effetti
ma non la causa, legando i limiti di emissione alla capacità di
autodepurazione o al carico massimo ammissibile, si interviene sugli
effetti.
E’ interessante veder come 30 anni fa si inquadrava il problema:
Il Commoner nel 1971 in “The Closing Circle” fu probabilmente il primo
a parlare di “massimo tasso di inquinamento prodotto” ossia la capacità
di sopportazione degli ecosistemi in funzione del carico demografico e
del modello economico attraverso la quantità di merci prodotte e gli
stili di vita indotti secondo l’espressione:
I = P x A x T ≤ C.S. l’inquinamento deve essere uguale o inferiore alla
capacità di sopportazione.
I : la misura dell’inquinamento, per ridurre I si può intervenire
separatamente sui singoli fattori o su tutte e tre.
P : la popolazione.
A: quantità di merci e servizi per individuo.
T: fattore tecnologico che misura l’inquinamento associato all’unità di
merce o servizio prodotto, esso può intendere anche la produzione di
beni a basso consumo energetico o a basso tasso di scorie prodotte o
alta riciclabilità. Per T = 0 I = 0.
L’autore, negli anni 70, proponeva per abbattere l’inquinamento,
interveti gestionali sul territorio e sul sistema tecnologico
produttivo.
Diversamente da quanto accade per gli scarichi idrici, dove è presunto
“quanto” inquinamento un corpo recettore può assorbire, per l’atmosfera
questo principio non è previsto, per i suoli si interviene con la
bonifica. In teoria, ma non tanto, si possono avere infiniti scarichi
tutti a norma in un piccolo spazio, inoltre per l’atmosfera non viene
considerato il principio, esistente per le acque, del carico massimo
accettabile, anzi per l’aria il concetto di diluizione è auspicato non
vietato.
Nel quadro degli interventi contro l’inquinamento atmosferico è del
tutto assente una pianificazione degli scarichi, in pratica fissare i
limiti di emissione delle sostanze ai punti di scarico, senza fissarne
i limiti quantitativi e qualitativi in relazione alla capacità
biofisica di sopportazione dell’atmosfera, è inefficace. Per
l’inquinamento atmosferico la situazione è drammatica in quanto non
sono previsti nemmeno gli obbiettivi di qualità come per inquinamento
idrico, ma esiste una normativa specifica per singole sostanze
pericolose.
Ma che cos’è l’inquinamento?
L’art.2 comma 2 della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e
riduzione integrata dell’inquinamento così lo definisce:
“introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di
sostanze,vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua, o nel
terreno che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità
dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure
danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o altri suoi
legittimi usi”.
Abbiamo una sola causa dell’inquinamento, una definizione, ma non
esiste un unico modo per prevenirlo e limitarlo, per ogni componente
ambientale sono presenti diverse procedure e criteri.
Per effetto di un approccio settoriale nella problematica delle
emissioni prodotte , la normativa si è evoluta senza tener conto della
causa comune a tutti gli inquinamenti, differenziandosi nei metodi,
nelle procedure e nelle definizioni. Non sarebbe opportuna, nella
diversità tipologica, un’unica visione, una sola metodologia?
Le caratteristiche comuni a tutte le emissioni in aria,acqua,suolo
nella prevenzione dell’inquinamento sono:
• Qualificazione, Quantificazione,Autorizzazione.
• Rispetto della capacità auto depurativa.
• Considerazione dell’effetto simultaneo e sinergico delle emissioni
sull’ambiente.
• I PRG devono vincolare la pianificazione del territorio in base alle
emissioni emesse dall’attività umana.
Sarebbe utile un unico testo normativo sulle emissioni/inquinanti, con
una sola procedura che consideri le differenze tipologiche dei
recettori (aria,suolo,acqua), con limiti tabellari che valutino anche
il ciclo degli elementi e quindi il fattore di inquinamento di fondo,
che siano differenti in funzione della qualità ambientale .
La progettazione urbanistica
Nel 1995 A.Magnaghi, in: “Ecologia verso Urbanistica - Urbanistica
verso Ecologia.”, affermava: “un progetto di città e territorio che,
fondandosi sulla valorizzazione delle identità dei luoghi e della
cultura dell’abitare, recuperi sapienza ambientale perduta, i valori
estetici dello spazio pubblico, la misura dell’insediamento e il limite
della città attraverso regole insediative della città e del territorio
che risultino di per sé generatrici di nuovi equilibri ambientali
durevoli”.
Esiste quindi una responsabilità specifica nell’urbanistica nel dettare
le regole del nuovo progetto di città. Regole che non possono, non
devono, essere espressione del modello economico dominante, ma
espressione di una riconciliazione verso i processi omologanti e di
globalizzazione. Un modello di città che interpreti le funzioni
biologiche ed ecologiche del mondo vivente, che sappia esprimere le
capacità dei sistemi di assorbire l’inquinamento, i rumori, le
variazioni climatiche. Una città a misura d’Uomo.
L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato che una città europea di un
milione di abitanti preleva in media ogni giorno, dall’ambiente, 11.500
tonnellate di combustibili fossili, 320.000 tonnellate di acqua e 2000
tonnellate di cibo, il tutto poi restituito sotto forma di 1.500
tonnellate di inquinanti atmosferici, 300.000 tonnellate di acque
inquinate, 1.600 tonnellate di rifiuti solidi.
Tutto il sistema si regge sullo sfruttamento illimitato delle risorse e
degli idrocarburi, quando uno di questi pilastri crollerà non ci
saranno paracadute poiché la micro economia e le antiche conoscenze e
capacità saranno scomparse. Una delle prime lotte all’inquinamento è
proprio quella della riforma del sistema produttivo, “Another
Development”, da globale a più localistico, decentralizzato, da
omologato e uniforme a variegato e multiforme. Più i sistemi si fanno
globali, complessi, superveloci, più consumano energia e prima crollano.
Le analisi urbanistiche effettuate per settori: edilizia, trasporti,
demografia, etc., devono essere sostituite con più efficaci analisi per
cicli: acqua, rifiuti, energia-materia, merci, etc, più adeguate ad
interpretare i processi reali che regolano il mondo vivente e più
corrispondente ad un modello ecosistemico di città.
L’economia del villaggio
Nei piccoli centri urbani risulta più facile organizzare le economie
nel versante sostenibile, tra l’altro il nostro Paese è costituito
maggiormente da queste realtà, dove i provvedimenti per la salvaguardia
delle acque, del suolo, dell’aria dall’inquinamento sono di più facile
applicazione. La gestione del territorio e la pianificazione delle
attività umane diventa un valore di più facile assimilazione
soprattutto con una normativa adeguata alle realtà specifiche. Il
sistema di raccolta totale differenziata dei rifiuti partendo dai
villaggi, anche porta a porta, ha successo soprattutto se l’alternativa
fosse una discarica o un termovalorizzatore sotto casa, rimane solo la
frazione organica da trasformare in fertilizzanti. Eliminato il
problema dei rifiuti, eliminate spese di discarica, gestione,
termovalorizzatori, eliminato soprattutto l’inquinamento, anche grazie
ad una sapiente gestione del territorio attraverso i PR, ecco che la
società umana rientra nel ciclo naturale, nel sistema ecologico. Nei
Villaggi le Energie rinnovabili sono di più facile utilizzo e
installazione, solare, eolico, biocombustibili. L’incentivazione delle
piccole attività rimetterebbe in moto le economie del “villaggio”
l’artigianato, agricoltura, allevamento e le tradizioni,.
Conclusioni
Occorre ripartire da altri punti di vista con regole semplici e
generali con una pianificazione che comprenda il ciclo degli
inquinamenti, una valutazione di impatto ambientale dei PRG, una
diversa visione delle attività umane in relazione al territorio e alla
salute umana e ambientale.
Secondo il tipo di territorio, contraddistinto dalle caratteristiche:
biologiche, orografiche, geomorfologiche, idrologiche e idrogeologiche
e atmosferiche, dovrebbero essere valutate in qualità e quantità,
progettate e pianificate le diverse attività umane, “il territorio
stesso ci dice qual è la sua vocazione”.
L’emergenza inquinamento atmosferico delle metropoli e l’emergenza
rifiuti, ormai endemica in Campania, indicano la difficoltà
tecnico-scientifica e soprattutto politica nel dare risposte
soddisfacenti. Con una sapiente raccolta differenziata dei rifiuti,
rimarrebbe una piccola frazione non recuperabile da inviare
all’inceneritore, le tonnellate/anno immesse in atmosfera sarebbero
sostenibili, viceversa basando la gestione rifiuti solo
sull’inceneritore sarebbe insostenibile e disastroso, le paure dei
residenti sono più che comprensibili.
Studio Oikos
Sviluppo sostenibile per l’impresa
Geol Mario De Luca
E-mail: deluca.studio@alice.it
http://www.webalice.it/deluca.studio
Bibliografia
Jeremy Rifkin: Entropia - Mondadori
DLgs 3 aprile 2006, n.152
Scarichi e inquinamento idrico dopo il T.U. ambientale- Luca Prati-
IPSOA
Oltre i limiti dello sviluppo – D.H. Meadows, D.L.Meadows, J. Randers-
il Saggiatore
L’ambiente dell’uomo- Enzo Scandurra - ETALIBRI